venerdì 28 marzo 2014

Ricordi l'odore

Ricordi l'odore
di terra bagnata di viole
e biancospino nelle
chiese di campagna?
Le giunchiglie i tulipani
rosso oro al sepolcro
le sedie di paglia i ceri nel buio
sui panni viola neri
il crocifisso bianco
deposto a terra?
Nelle chiese romane i profumi
di cere sontuose e
di colpo l'aria sonora
il plenilunio dove tra cielo e terra
sciamano come api parole scosse
dai venti rapidi di marzo
“Perché cercate fra i morti colui che vive?”
“Ha spezzato il pane, abbiamo ricordato
le sue mani. Il cuore ci ardeva nel petto,
mentre ci parlava per via. ” “Resta con noi, si fa sera, e il giorno declina.” (Rosita Copioli)

venerdì 21 marzo 2014

Prométhée (1938)

Un animal hagard de solitude,
Sans cesse au ventre un rongeur qui le mord,
Le fait courir, tremblant de lassitude,
Pour fuir la faim qu’il ne fuit qu’à la mort;
Cherchant sa vie au travers des bois sombres;
Aveugle quand la nuit répand ses ombres;
Au creux des rocs frappé de froids mortels;
Ne s’accouplant qu’au hazard des étreintes;
En proie aux dieux, criant sous leurs atteintes –
Sans Prométhée, hommes, vous seriez tels.

Feu créateur, destructeur, flamme artiste!
Feu, héritier des lueurs du couchant!
L’aurore monte au cœur du soir trop triste;
Le doux foyer a joint les mains; le champ
A pris le lieu des broussailles brûlées.
Le métal dur jaillit dans les coulées,
Le fer ardent plie et cède au marteau.
Une clarté sous un toit comble l’âme.
Le pain mûrit comme un fruit dans la flamme.
Qu’il vous aima, pour faire un don si beau!

Il donna roue et levier. O merveille!
Le destin plie au poids faible des mains.
Le besoin craint de loin la main qui veille
Sur les leviers, maîtresse des chemins.
O vents des mers vaincus par une toile!
O terre ouverte au soc, saignant sans voile!
Abîme où frêle une lampe descend!
Le fer court, mord, arrache, étire et broie,
Docile et dur. Les bras portent leur proie,
L’univers lourd qui donne et boit le sang.

Il fut l’auteur des rites et du temple,
Cercle magique à retenir les dieux
Loin de ce monde; ainsi l’homme contemple,
Seul et muet, le sort, la mort, les cieux.
Il fut l’auteur des signes, des languages.
Les mots ailés vont à travers les âges
Par monts, par vaux, mouvoir les cœurs, les bras.
L’âme se parle et tâche à se comprendre.
Ciel, terre et mer se taisent pour entendre
Deux amis, deux amants parler tout bas.

Plus lumineux fut le présent des nombres.
Les spectres, les démons, s’en vont mourant.
La voix qui compte a su chasser les ombres.
L’ouragan même est calme et transparent.
Au ciel sans fond prend place chaque étoile;
Sans un mensogne elle parle à la voile.
L’acte s’ajoute à l’acte; rien n’est seul;
Tout se répond sur la just balance.
Il naît des chants purs comme le silence.
Parfois du temps s’entrouve le linceul.

L’aube est par lui une joie immortelle.
Mais un sort sans douceur le tient plié.
Le fer le cloue au roc; son front chancelle;
En lui, pendant qu’il pend crucifié,
La douleur froide entre comme une lame.
Heures, saisons, siècles lui rongent l’âme,
Jour après jour fait défaillir son cœur.
Son corps se tord en vain sous la contrainte;
L’instant qui fuit disperse aux vents sa plainte;
Seul et sans nom, chair livrée au malheur.

                                                         Simone Weil

L'importanza dell'attenzione

L’obiettivo fondamentale dell’educazione per Simone Weil è di sviluppare l’attenzione (questo è anche il segreto della sua resistenza fisica). Nel 1942 in alcune riflessioni per un circolo di studentesse affermava: “Benché sembri che oggi lo si ignori, il vero e quasi unico interesse degli studi è quello di formare la facoltà dell’attenzione. La maggior parte degli esercizi scolastici hanno anche un interesse intrinseco: ma è un interesse secondario. Tutti gli esercizi che fanno appello alla nostra facoltà di attenzione sono interessanti allo stesso titolo e nella stessa misura”. Per esempio, se si deve svolgere un esercizio di geometria, non è importante trovare la soluzione quanto compiere uno sforzo di attenzione. Il frutto si ritroverà un giorno anche “in un campo qualsiasi dell’intelligenza, forse del tutto estraneo alla matematica. Forse un giorno colui che ha compiuto questo sforzo sarà in grado di affermare più direttamente, proprio grazie a questo sforzo, la bellezza di un verso di Racine”. Per lei l’attenzione consisteva “nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile al soggetto, nel mantenere ai margini del proprio pensiero, ma a livello inferiore e senza contatto con esso, le diverse conoscenze acquisite che si è costretti ad usare”. Le condizioni che ella indicava alle ragazze per conseguire l’attenzione sono queste:
1) studiare senza ricercare buoni voti, non seguire i gusti e le attitudini personali, “ponendo lo stesso zelo in tutti gli esercizi” perché tutti servono a formare l’attenzione,
2) “guardare in faccia ogni esercizio scolastico fallito in tutta la bruttezza della sua mediocrità, senza cercare scuse”.
Un secondo obiettivo dell’azione educativa è quello di suscitare le motivazioni dell’apprendere. La condizione fondamentale di ogni processo educativo è rappresentata dalla volontà del discente, dal desiderio di imparare. “L’intelligenza può essere guidata solo dal desiderio. Perché ci sia desiderio, occorre che ci siano piacere e gioia. L’intelligenza cresce e porta frutto solo nella gioia. La gioia di imparare e indispensabile agli studi, come la respirazione ai corridori. Dove essa è assente non ci sono studenti, ma povere caricature di apprendisti che al termine del loro apprendistato non avranno neppure un mestiere.”
Un terzo obiettivo che ci sembra ravvisare nella sua attività di docente è quello di insegnare il gusto della bellezza. Nella sua visione filosofica l’uomo concepisce la propria identità come unione di spirito e corpo, nella sua visione mistica lo spirito è presente nella natura. Allora la natura nel suo complesso è il luogo nel quale cogliere la presenza di Dio. Di qui discende per lei il valore dell’arte. “Conclusione: valore morale dell’arte. Ci insegna che lo spirito può discendere nella natura. la morale, da parte sua, ci dice di agire conformemente ai pensieri veri. Il bello testimonia che l’ideale può passare nella realtà”. E in L’ombra e la Grazia sostiene “Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” .
Da qui discende un ultimo obiettivo: educare all’azione. La passione per il mondo, per l’umanità, per la storia spingono all’azione. In Lezioni di filosofia appare chiaramente che l’azione è lo scopo della conoscenza: attraverso l’azione l’individuo prende piena consapevolezza di sé. Simone Weil l’ha vissuto sulla propria pelle nell’azione sindacale e politica, nel lavoro in fabbrica come operaia, combattendo nella guerra spagnola e desiderando di combattere nella seconda guerra mondiale. In questo senso le sue scelte di vita orientate all’azione non sono a lato, magari in contrasto con il suo cammino intellettuale e spirituale. La sete di sapere, di verità, meglio di ‘conoscenza della verità’ la rendono inquieta in ogni istante della sua vita, senza tregua. “La verità di conoscenza – testimonia Paola Melchiori – mi pare il tratto più significativo dell’esistenza di Simone Weil, perché ne improntò costantemente il percorso intellettuale, e, per sua stessa testimonianza, le scelte di vita. La sua ricerca si proponeva come oggetto la verità. Conoscere la realtà ha in Simone molteplici significati, ma soprattutto mi pare indicare la necessità di restituire al pensiero il suo oggetto proprio; quella capacità cioè di aderire alle cose e trasformarle che la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, e la crescente specializzazione e astrattezza della scienza e della cultura contemporanea le parevano avere irrimediabilmente compromesso, con conseguenze funeste per la vita degli uomini”. Possiamo concludere che la sua attività di insegnamento è caratterizzata dalla sua personalità, dal suo essere stesso piuttosto che dalla sua professionalità, dalla sua preparazione culturale, seppur vastissima e poliedrica al punto da arrivare a rifiutare ogni innovazione pedagogica: “del resto io sono ben lontana – scrisse nel 1936, quindi dopo anni di scuola -  dall’entusiasmarmi per la nuova pedagogia in genere, e ne diffido quanto più essa si appella alla ‘scienza, alla ‘psicologia’ e alla ‘psiconanalisi’! ecc. (perché sono frottole)”.È ancora attuale per la scuola di oggi l’insegnamento di questa donna molto originale? Forse no. Ma la sua vita e i suoi scritti ci offrono molti spunti di riflessione. E poi rimane la testimonianza di una grande passione per ogni sapere, per la scuola, per le sue allieve.   Monica Bussini - Corrado Marchi